Tra le frasi che sento più spesso quando parlo di mediazione familiare ce n’è una che ritorna puntualmente: “Il mediatore non sta dalla parte di nessuno”.
È un’affermazione che contiene una parte di verità, ma che rischia di essere fuorviante se presa alla lettera. Molte persone immaginano il mediatore come una figura fredda, distante, quasi estranea a ciò che accade tra le parti. Qualcuno che osserva il conflitto dall’esterno senza prendere posizione.
In realtà, il ruolo del mediatore è molto più complesso e delicato.
Non prende le parti, ma prende posizione
Il mediatore familiare non sceglie chi ha ragione e chi ha torto. Non è un giudice e non è chiamato a stabilire responsabilità. Non difende un genitore contro l’altro – e in questo è molto diverso dall’avvocato – perché il suo ruolo non consiste nel dimostrare che una delle due parti sia migliore o più meritevole. Lavora per entrambi contemporaneamente, e qui sta la delicatezza del ruolo. Tuttavia, questo non significa che non prenda mai posizione.
Il mediatore prende una posizione molto chiara: quella a favore della relazione, che va salvata accompagnando il cambiamento che la separazione mette in moto. E’ a favore del rispetto reciproco e della costruzione di un accordo autentico e sostenibile per il futuro. Si schiera dalla parte della comunicazione quando questa sembra essersi interrotta, dalla parte dell’ascolto quando prevalgono accuse e recriminazioni, dalla parte della responsabilità quando il conflitto rischia di trasformarsi in una lotta senza vincitori. Ma soprattutto, il mediatore sistemico si schiera dalla parte dei figli, i quali, nella contrapposizione legale delle separazioni, rischiano di essere messi tra parentesi, insieme ai loro bisogni e ai loro diritti.
La parte che il mediatore sceglie sempre
C’è poi un’altra parte dalla quale il mediatore sceglie costantemente di stare: quella dei bisogni che rischiano di non trovare voce.
Nelle separazioni e nei conflitti familiari può accadere che il dolore, la rabbia o la delusione occupino tutto lo spazio disponibile. In queste situazioni diventa difficile ascoltare l’altro e, a volte, persino ascoltare se stessi.
Il lavoro del mediatore consiste anche nell’aiutare le persone a riconoscere ciò che è importante oltre il conflitto immediato: i bisogni dei figli, il desiderio di stabilità, la necessità di mantenere una relazione genitoriale sufficientemente collaborativa, la tutela del benessere di tutti i membri della famiglia.
Dalla parte dei figli
Quando sono coinvolti anche i figli, il mediatore ha una particolare attenzione verso il loro interesse. Questo non significa sostituirsi ai genitori o decidere al loro posto. Significa mantenere costantemente uno sguardo sulle conseguenze che le decisioni degli adulti possono avere sui bambini e sui ragazzi.
I figli non chiedono genitori perfetti, ma hanno bisogno di essere lasciati fuori dal conflitto dei genitori. Hanno diritto a non dover scegliere tra mamma e papà, a poter continuare ad amare entrambi senza sentirsi in colpa. Non è compito dei figli proteggere o difendere i genitori, ma molto spesso nelle separazioni i bambini e i ragazzi si ritrovano coinvolti.
Ricordare questa prospettiva durante il percorso di mediazione non significa schierarsi contro qualcuno, ma aiutare entrambi i genitori a ritrovare una direzione comune.
Equidistanza non significa indifferenza
Un buon mediatore mantiene un atteggiamento equidistante rispetto alle parti, ma non è indifferente a ciò che accade nella stanza di mediazione.
Accoglie la sofferenza di entrambi, riconosce le difficoltà di ciascuno e crea uno spazio in cui ognuno possa sentirsi ascoltato e rispettato. Equidistanza significa offrire pari dignità alle diverse narrazioni, non fingere che tutte le situazioni siano uguali o che tutte le emozioni abbiano lo stesso peso in ogni momento.
Essere equidistanti significa garantire a ciascuno la possibilità di esprimersi e di partecipare alla costruzione delle soluzioni.
Una scelta a favore della relazione
Forse allora sarebbe più corretto dire che il mediatore non sta contro nessuno. A differenza degli avvocati, i mediatori familiari non prendono parte alla contrapposizione legale, ma si mettono al servizio della relazione, del legame, che va salvato. Anche quando la relazione di coppia è finita, resta infatti una relazione da preservare, soprattutto se ci sono figli: quella genitoriale.
La mediazione familiare nasce proprio per questo. Non per stabilire vincitori e vinti, ma per aiutare le persone a uscire dalla logica dello scontro e a costruire nuovi equilibri.
Perciò, quando qualcuno mi dice che il mediatore non sta dalla parte di nessuno, preferisco rispondere in modo diverso: il mediatore sta dalla parte del dialogo, della responsabilità e delle relazioni che meritano di essere salvate, anche quando attraversano il momento forse più difficile della loro storia. E soprattutto, personalmente rispondo sempre che sto dalla parte dei figli.
